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Galileo Galilei
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Tommaso Campanella
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L'estradizione

Nel carcere dell’Inquisizione romana

Dai rapporti spesso tesi fra Venezia e la S. Sede derivava il fatto che non sempre, e non senza difficoltà, la Serenissima cedesse alle pretese pontificie per quanto riguardava i casi di estradizione. Più di una volta, anche per questo motivo, i rapporti fra i due Stati avevano rischiato la crisi e non erano mancati, come non mancheranno, dei rifiuti da parte di Venezia, sempre gelosa delle sue prerogative di libertà e di autonomia di acconsentire alle pretese del Papato.
Nel caso di Bruno non si giunse al rifiuto, anche se furono sollevate difficoltà all’estradizione e, comunque, si tardò del tempo a dar corso alla soddisfazione delle richieste romane.
Il cardinale di S. Severina, avocando a Roma il processo, chiedeva che il reo fosse inviato quanto prima, per nave, fino ad Ancona, lì sarebbe stata cura della S. Sede prelevarlo e condurlo nell’Urbe.
Il 28 settembre comparvero davanti ai giudici veneti il vicario del patriarca, l’Inquisitore e Tomaso Morosini, uno dei savi dell’eresia. Essi dettero conto del processo intentato a Bruno e della richiesta di estradizione, sollecitandone l’accoglimento. I giudici presero tempo, nonostante la premura fatta da Giovan Gabriele da Saluzzo, il quale avrebbe voluto una partenza immediata, col pretesto che era pronta una «barca che stava per partire». La barca fu licenziata e, pochi giorni dopo al Senato giungeva, insieme con la richiesta romana, il parere contrario del Collegio, che non intendeva creare pericolosi precedenti.
Il diniego veneziano spinse il pontefice in persona a rinnovare, con dovizia di argomentazioni giuridiche, la richiesta di estradizione e fu il nunzio apostolico, Ludovico Taverna, a farsi portavoce delle ragioni pontificie. Si ebbe, da parte veneziana, un rapido supplemento di istruttoria che portò ulteriori elementi di conferma alle accuse di apostasia nei confronti del Bruno, ricordando i suoi precedenti giovanili a Napoli. Per questo motivo, e anche perché si valutò l’opportunità politica di non inasprire ulteriormente i rapporti col Papato, Il Consiglio votò allora, con 142 voti favorevoli e 30 contrari, il permesso di estradizione, che subito fu comunicato alla S. Sede dall’ambasciatore Paruta. A Roma la notizia fu accolta con grande soddisfazione.
Bruno resterà ancora per un mese nelle carceri veneziane poi, il 19 febbraio salperà da Venezia per Ancona. Il 27 dello stesso mese il Nolano veniva rinchiuso nel carcere dell’Inquisizione romana.




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